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Sentenze

Sentenze: Fallimento e liquidazione

Dichiarazione di fallimento - Presupposti – Accertamento d’ufficio. (Rd 16 marzo 1942 n. 267, articoli 5 e 6)
Tutti gli atti attraverso i quali si articola la procedura diretta alla dichiarazione di fallimento sono compiuti d’ufficio, spettando al giudice di accertare lo stato di decozione sulla base degli elementi acquisiti e, una volta accertata l’insolvenza, dichiarare il fallimento, a prescindere dalla legittimazione del creditore istante. È irrilevante, pertanto, ai fini della revoca della sentenza dichiarativa di fallimento, che il creditore a istanza del quale è stata iniziata la procedura risulti privo di un titolo opponibile all’imprenditore di cui ha chiesto il fallimento.
Sezione I, sentenza 3 novembre 2005 n. 21327

Dichiarazione di fallimento - Società di persone - Fallimento dei singoli soci. (Rd 16 marzo 1942 n. 267, articoli 10 e 147)
Il concordato preventivo e la amministrazione controllata cui sia ammessa una società di persone producono i loro effetti unicamente nei confronti della società e non dei singoli soci. Ne deriva, pertanto, che ai fini della prosecuzione la retroazione degli effetti di queste procedure non può che riguardare l’ente e non anche i soggetti ai quali il fallimento si estende in via eccezionale e come ripercussione dell’insolvenza della società e il cui coinvolgimento la legge prevede esclusivamente in caso di fallimento. Deriva, da quanto precede, pertanto, che in caso di dichiarazione di fallimento e del socio premorto alla dichiarazione quest’ultimo non può essere dichiarato fallito ove il decesso sia anteriore di oltre un anno alla sentenza di fallimento, senza che rilevi che detto anno non era ancora decorso al momento in cui la società era stata ammessa ad altra procedura concorsuale (concordato preventivo o amministrazione controllata).
Sezione I, sentenza 3 novembre 2005 n. 21326

Amministrazione straordinaria - Legge Prodi – Revocatoria fallimentare. (Trattato Ce, articolo 87; Rd 267/1942, articolo 67; Dl 30 gennaio 1979 n. 26, convertito dalla legge 3 aprile 1979 n. 95)
La revocatoria fallimentare nell’ambito della procedura di amministrazione straordinaria di cui alla legge n. 95 del 1979 esercitata nella fase liquidatoria dell’impresa non costituisce aiuto di Stato vietato dal diritto comunitario, restando irrilevante la mancata notificazione della legge citata alla Commissione europea, atteso che questa è necessaria esclusivamente in presenza di previsioni qualificabili come aiuto di Stato.
Sezione I, sentenza 8 ottobre 2005 n. 21082

Atti pregiudizievoli ai creditori - Atto a titolo gratuito - Inefficacia. (Cc, articoli 1414 e 1416; Rd 267/1942, articolo 64)
Ove sia esercitata azione revocatoria sul presupposto della simulazione del contratto a titolo oneroso, la mera adozione dello schema negoziale della compravendita non è elemento sufficiente ad escludere il carattere gratuito del negozio, atteso che il giudice deve verificare se alla causa apparente del negozio corrisponda quella effettivamente voluta dalle parti, tenendo conto che contratto a titolo gratuito è quello in cui – a prescindere dallo spirito di liberalità, richiesto solo in materia di donazione - una sola parte riceve e l’altra sola sopporta un sacrificio, e che in materia fallimentare al fine di decidere in ordine alla natura gratuita od onerosa della prestazione, occorre avere riguardo agli effetti che si sono prodotti nel patrimonio del soggetto, poi dichiarato fallito.
Sezione I, sentenza 8 novembre 2005 n. 21644<(/i>

Fallimento in estensione - Dichiarazione di fallimento - Iniziativa. (Rd 267/1942, articoli 6, 30, 33 e 147)
In seguito alle dichiarazioni d’illegittimità costituzionale dell’articolo 147 della legge fallimentare, sono legittimati a proporre la domanda di dichiarazione di fallimento in estensione tutti i soggetti di cui all’articolo 6 della medesima legge fallimentare, salvo che il Pm, la cui funzione di attivare il potere ufficioso del tribunale, riconosciuto dall’articolo 147, comma 2, sebbene non prevista perché assorbita dal ruolo assunto dal curatore (che a norma dell’articolo 30 è pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni), è tuttavia consentita. La sentenza dichiarativa del fallimento in estensione sulla base della denunzia del Pm, infatti, non determina l’invalidità della pronuncia, dal momento che la decisione del tribunale rientra sempre nei suoi poteri di ufficio, che è autorizzato a esercitare ogni qualvolta abbia acquisito elementi utili al di fuori delle fonti qualificate contemplate dalla legge, diversa essendo dalla legittimazione all’esercizio dell’azione, la mera segnalazione di dati informativi di provenienza esterna rispetto a quelle fonti, la quale impegna l’organo decidente a pronunciare solo in quanto ne ravvisi gli estremi.
Sezione I, sentenza 9 novembre 2005 n. 21721

Revocatoria fallimentare - Atti anormali – Onere della prova. (Cc, articolo 2697; Rd 267/1942, articolo 67)
Al convenuto in azione revocatoria fallimentare ai sensi del comma 1 dell’articolo 67 della legge fallimentare, nel momento in cui è chiamato a dimostrare l’inesistenza di elementi rilevatori dell’insolvenza o a provare la ricorrenza di circostanze tali da indurre una persona di normale prudenza e avvedutezza a ritenere che l’impresa si trovasse in situazioni di normale esercizio, è precluso di fornire la prova che quegli elementi rivelatori mancavano e che difettava oggettivamente lo stato di decozione, essendo integralmente a suo carico l’onere di dimostrare l’inesistenza dell’elemento soggettivo, una volta raggiunta la prova di quello oggettivo.
Sezione I, sentenza 10 novembre 2005 n. 21823

Revocatoria fallimentare - Applicabilità nei confronti dei subacquirenti del debitore fallito – Esclusione - Effetti. (Rd 267/1942, articolo 67; Cc, articolo 2901)
L’articolo 67 della legge fallimentare, non facendo alcun riferimento alla sorte dei diritti di coloro che abbiano subacquistato dal primo acquirente del debitore fallito, è inapplicabile agli atti di acquisto di tali subacquirenti. La posizione di costoro resta regolata dalla disciplina dell’azione revocatoria ordinaria e, quindi, dalla norma dell’ultimo comma dell’articolo 2901 del Cc, che fa salvi i diritti subacquistati a titolo oneroso dai terzi di buona fede, con la conseguenza che i subacquirenti a titolo oneroso che abbiano acquistato dal fallito restano esposti all’esercizio da parte del curatore di detta azione ove abbiano acquistato in mala fede e subiscono l’effetto pregiudizievole dell’inefficacia dell’atto intervenuto fra il debitore fallito e il suo avente causa diretto e loro dante causa. La relativa azione, sotto il profilo della prova della malafede del subacquirente, non trovando applicazione l’articolo 67, resta soggetta alle normali regole della revocatoria ordinaria e, pertanto, incombe al curatore dare la prova della suddetta mala fede, da individuarsi nella consapevolezza, da parte del subacquirente, della circostanza che l’atto di acquisto intervenuto fra il suo dante causa e il debitore fallito era revocabile ai sensi dell’articolo 67 della legge fallimentare.
Sezione I, sentenza 10 novembre 2005 n. 21827

Revocatoria fallimentare - Conoscenza dello stato di insolvenza - Dimostrazione. (Rd 267/1942, articoli 5 e 67; Cc, articolo 2710)
La conoscenza dello stato d’insolvenza del debitore da parte del convenuto in revocatoria, che il curatore ha l’onere di provare ai sensi dell’articolo 67, comma 2, della legge fallimentare, deve essere effettiva e non meramente potenziale, con la conseguenza che, agli effetti della revoca, assume rilievo soltanto la concreta situazione psicologica da parte del terzo e non la semplice conoscibilità oggettiva del predetto stato: la relativa dimostrazione può basarsi anche su elementi indiziari caratterizzati dagli ordinari requisiti della gravità, precisione e concordanza, i quali conducano a ritenere che il terzo, facendo uso della normale prudenza e avvedutezza, rapportata anche alle sue qualità personali e professionali, nonché alle condizioni in cui egli si è trovato concretamente a operare, non possa non aver percepito i sintomi rivelatori della situazione di decozione del debitore. L’apprezzamento del giudice di merito circa il ricorso alla presunzione, quale mezzo di prova, e la valutazione circa la ricorrenza dei predetti requisiti, richiesti dalla legge per valorizzare determinati elementi come fonti di presunzione, si risolve in un giudizio di fatto, incensurabile in sede di legittimità ove congruamente e coerentemente motivato.
Sezione I, sentenza 21 dicembre 2005 n. 28299

Interruzione del giudizio per dichiarazione di fallimento - Riassunzione in sede ordinaria nei confronti del curatore. (Rd 267/1942, articoli 24, 43, 81 e 93)
Qualora la parte che ha agito in giudizio contro il debitore, dopo l’interruzione del processo per la dichiarata apertura del fallimento, coltivi la sua azione nei confronti del curatore fallimentare subentrato all’originaria parte avversa a mente dell’articolo 43 della legge fallimentare, la pronuncia emessa dal giudice, che le sia favorevole, non rappresenta perciò titolo opponibile alla massa. Neppure è però inutiliter data, in quanto è idonea ad aprire la fase esecutiva nei confronti del debitore, ma se e quando questi, chiuso il fallimento, sarà tornato in bonis. Nell’ipotesi in cui intenda, invece, partecipare al concorso, deve presentare domanda d’insinuazione al passivo al giudice delegato, allegando documentazione idonea a giustificare la sua ragione di credito.
Sezione I, sentenza 22 dicembre 2005 n. 28481

Preliminare di compravendita - Fallimento del promettente alienante - Scioglimento del vincolo da parte del curatore. (Rd 267/1942, articolo 72)
In riferimento alla norma dell’articolo 72 della legge fallimentare l’esecuzione del contratto preliminare di compravendita, idonea a impedire l’esercizio della facoltà di scioglimento unilaterale del contratto conferita al curatore, si deve identificare o in quella che deriva dalla volontaria stipulazione del contratto definitivo, o nella statuizione giudiziale passata in cosa giudicata che tenga luogo di quella stipulazione, poiché soltanto in uno di tali modi si può verificare l’effetto traslativo della proprietà della cosa e l’esaurimento della situazione giuridica obbligatoria scaturente dal contratto preliminare, nella pendenza della quale può, invece, legittimamente inserirsi l’iniziativa di scioglimento del vincolo del curatore. Tale iniziativa non può trovare ostacolo nella circostanza che sia già avvenuto il pagamento del prezzo, con l’immissione del promissario acquirente nel possesso del bene, trattandosi di effetto soltanto prodromico e anticipatore del divisato assetto di interessi, ma non già realizzatore di un effetto traslativo.
Sezione I, sentenza 22 dicembre 2005 n. 28479

Revocatoria fallimentare - Conoscenza dello stato di insolvenza del debitore - Mezzo anormale di pagamento. (Rd 267/1942, articolo 67)
Nelle ipotesi revocatorie del comma 1 dell’articolo 67 della legge fallimentare in cui il terzo è gravato della prova della propria inscentia decoctionis, non è esclusa la possibilità che il terzo conosca lo stato di insolvenza del debitore, ancorché non pubblicamente manifestatasi ad esempio con la pubblicazione di protesti, soprattutto quando le parti abbiano fatto ricorso a un mezzo anormale di pagamento, quale un’apertura di credito, con relativa cessione dei crediti spettanti al fallendo nei confronti del suo debitore, con funzione solutoria dei crediti del terzo.
Sezione I, sentenza 19 gennaio 2006 n. 1060

Revocatoria fallimentare - Ordinanza di assegnazione somme - Pagamento intervenuto dopo il fallimento del debitore. (Rd 267/1942, articoli 44 e 67; Cpc, articolo 553)
In tema di revocatoria fallimentare, come pure in tema di inefficacia di atti dispositivi, segnatamente di pagamenti, non può aversi riguardo che all’atto satisfattivo del creditore per revocarlo ex articolo 67 comma 2 della legge fallimentare, se compiuto entro l’anno anteriore alla dichiarazione di fallimento, ovvero per dichiararlo inefficace ex articolo 44, se intervenuto dopo il fallimento del debitore, sicché come è revocabile il pagamento eseguito dal terzo in favore del creditore assegnatario ex articolo 553 del Cpc, allo stesso modo va ritenuto che il pagamento al creditore che il terzo pignorato esegua ex articolo 553 del Cpc in forza dell’ordinanza di assegnazione sarà soggetto alla dichiarazione di inefficacia ex articolo 44 della legge fallimentare, come atto satisfattivo riconducibile al debitore, se intervenga dopo il fallimento del debitore medesimo.
Sezione I, sentenza 26 gennaio 2006 n. 1544

Revocatoria fallimentare - Conoscenza dello stato di insolvenza del debitore. (Rd 267/1942, articolo 67)
Nelle ipotesi revocatorie del comma 1 dell’articolo 67 della legge fallimentare in cui il terzo è gravato della prova della propria inscentia decoctionis, non è esclusa la possibilità che il terzo conosca lo stato di insolvenza del debitore, ancorché non pubblicamente manifestatasi ad esempio con la pubblicazione di protesti, soprattutto quando le parti abbiano fatto ricorso a un mezzo anormale di pagamento, quale un’apertura di credito, con relativa cessione dei crediti spettanti al fallendo nei confronti del suo debitore, con funzione solutoria dei crediti del terzo.
Sezione I, sentenza 19 gennaio 2006 n. 1060

Dichiarazione di fallimento - Procedura prefallimentare - Fallimento dell’imprenditore defunto. (Rd 16 marzo 1942 n. 267, articoli 11 e 15)
La dichiarazione di fallimento dell’imprenditore defunto è pronunciata nei confronti di quest’ultimo e non dei suoi eredi. Non è, pertanto, obbligatoria l’audizione dell’erede, nella fase istruttoria, atteso che nessuno degli accertamenti rimessi al tribunale incide in modo immediato e diretto sulla posizione dell’erede stesso, ovvero gli reca un pregiudizio eliminabile solo attraverso la partecipazione del medesimo alla istruttoria prefallimentare. Tale principio trova applicazione, altresì, in caso di dichiarazione di fallimento (dell’imprenditore defunto) pronunciata nel corso della procedura di concordato preventivo.
Sezione I, sentenza 7 febbraio 2006 n. 2594

Imprese in amministrazione straordinaria – Azione revocatoria fallimentare - Ammissibilità. (Rd 267/1942, articoli 67 e 203; legge 95/1979, articoli 1, 2 e 6)
L’azione revocatoria fallimentare, essendo ispirata a finalità recuperatorie estranee alla fase conservativa dell’amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi, è esperibile soltanto in relazione all’eventuale fase liquidatoria e il suo ambito operativo è da riferirsi necessariamente e correlativamente al momento in cui inizia la liquidazione dei beni.
Sezione I, sentenza 24 febbraio 2006 n. 4214

Piano di riparto - Spese della procedura fallimentare - Prededuzione - Limiti. (Rd 267/1942, articoli 54, 107, 109 e 111)
La prededuzione delle spese incontrate nel corso della procedura fallimentare incide sul ricavato del bene oggetto di garanzia speciale nei limiti in cui tali spese si riferiscano all’esecuzione relativa a detto bene, e tali limiti vanno individuati nelle spese specificamente sostenute per l’amministrazione e liquidazione del bene stesso e in un’aliquota delle spese generali, da calcolarsi, in relazione alle circostanze concrete, in misura corrispondente d’utilità, anche solo potenziale ma non concretamente realizzata, del creditore garantito.
Sezione I, sentenza 2 febbraio 2006 n. 2329 - Pres. Fioretti; Rel. De Chiara; Pm (conf.) Sorrentino; Ric. Banca nazionale del lavoro Spa; Controric. Fallimento Oms Officine meccaniche Spa

Revocatoria fallimentare - Condizioni dell’azione - Conclusione di uno degli atti previsti, mancata prova della inscientia decoctionis - Ricorrenza - Necessità. (Rd 16 marzo 1942 n. 267, articolo 67)
Costituiscono condizioni dell’azione revocatoria fallimentare ai sensi dell’articolo 67, comma 1, legge fallimentare, che devono congiuntamente sussistere ed essere accertate, perché possa essere dichiarata l’inefficacia dell’atto, sia la prova della conclusione di uno degli atti previsti da detta norma, sia la mancata prova da parte del convenuto della inscientia decoctionis con la conseguenza che a impedire l’accoglimento della domanda è sufficiente l’accertamento dell’inesistenza pure di una sola di quelle condizioni.
Sezione I, sentenza 3 febbraio 2006 n. 2441 - Pres. Proto; Rel. Salvato; Pm (diff.) Schiavon; Ric. Fallimento di Nicoletti P. e altri; Controric. Dandolo e altro

Fallimento della società di persone – Fallimento del socio. (Rd 267/1942, articolo 67)
Nel caso di fallimento di un socio illimitatamente responsabile di una società di persone, dichiarato per effetto del fallimento della società, la scientia decoctionis va riscontrata, quanto all’elemento oggettivo, con riferimento all’insolvenza della società, considerato che è quest’ultima insolvenza a determinare l’insolvenza del socio e che il socio è soggetto al fallimento solo come automatica conseguenza della sua illimitata responsabilità per i debiti sociali, indipendentemente dalla sussistenza o meno, di un suo stato d’insolvenza personale; sicché, anche ai fini dell’esperibilità della revocatoria fallimentare a norma dell’articolo 67, comma 1, della legge fallimentare, assume rilievo la conoscenza, da parte del terzo, non già dello stato d’insolvenza del socio suddetto, bensì di quello della società alla quale l’autore dell’atto di disposizione partecipi in regime di responsabilità illimitata.
Sezione I, sentenza 3 marzo 2006 n. 4705

Revocatoria fallimentare - Articolo 67, comma 1 della legge fallimentare - Scientia decoctionis . (Rd 16 marzo 1942 n. 267, articolo 67)
Nelle ipotesi di revoca disciplinate dall’articolo 67, comma 1, della legge fallimantare il legislatore pone una presunzione semplice di sussistenza della scientia decoctionis. È onere, pertanto, del convenuto in revocatoria provare di non essere stato a conoscenza dello stato di insolvenza e spetta al convenuto in revocatoria fornire la prova della inscientia decoctionis dimostrando l’insussistenza, al momento dell’atto, di elementi rivelatori della stato di insolvenza ovvero la prova della ricorrenza di circostanze tali da indurre una persona di normale prudenza e avvedutezza a ritenere che l’impresa si trovasse in situazione di normale esercizio.
Sezione I, sentenza 24 febbraio 2006 n. 4206

Opponibilità al fallimento delle cessioni di credito - Presupposti. (Rd 267/1942, articoli 44, 45 e 67; Cc, articolo 2914)
Ai fini dell’opponibilità al fallimento del cedente, delle cessioni di credito, che siano state notificate al debitore ceduto o dal medesimo accettate con atto di data certa anteriore alla dichiarazione di fallimento ai sensi dell’articolo 2914, n. 2, del Cc, non è necessario che la notifica al debitore ceduto venga eseguita a mezzo ufficiale giudiziario, costituendo quest’ultima una semplice species del più ampio genus costituito dalla notificazione intesa come attività diretta a produrre la conoscenza di un atto in capo al destinatario: con la conseguenza che, tanto ai fini di cui all’articolo 1264, quanto ai fini di cui agli articoli 1265 e 2914, n. 2, del Cc, la notificazione della cessione, non identificandosi con quella effettuata ai sensi dell’ordinamento processuale, costituisce atto a forma libera, non soggetto a particolari discipline o formalità.
Sezione I, sentenza 14 marzo 2006 n. 5516

Opposizione a decreto ingiuntivo - Fallimento del debitore ingiunto - Conseguenze. (Rd 267/1942, articolo 95)
Il fallimento del debitore ingiunto, dichiarato in pendenza del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, comporta l’inopponibilità del decreto ingiuntivo opposto al fallimento e l’improcedibilità d’ufficio del giudizio di opposizione nei confronti del fallimento. Nell’ipotesi di un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, proposto dal debitore ingiunto, poi ammesso alla procedura di liquidazione coatta amministrativa, il creditore opposto deve partecipare al concorso con gli altri creditori, previa domanda di ammissione al passivo, attesa l’inopponibilità alla procedura di un decreto non ancora definitivo e privo dell’indispensabile natura di sentenza impugnabile, espressamente richiesta dall’articolo 95, comma 3, della legge fallimentare. Per contro, una volta sopravvenuta la dichiarazione di fallimento, il decreto ingiuntivo deve considerarsi privo di efficacia nei confronti della massa, sia nell’ipotesi in cui il termine per la proposizione dell’opposizione non sia ancora decorso, sia in quella in cui l’opposizione sia stata proposta e sia pendente il relativo giudizio. Con l’ulteriore conseguenza che, qualora il fallimento venga dichiarato nelle more del giudizio di opposizione avverso il decreto ingiuntivo, il creditore deve partecipare al concorso con altri creditori, previa domanda di ammissione al passivo e il criterio della competenza funzionale del giudice a cui è riferibile l’emissione del decreto cede a quello della competenza inderogabile del giudice fallimentare, restando inapplicabile il comma 3 dell’articolo 95 della legge fallimentare.
Sezione III, sentenza 20 marzo 2006 n. 6098

Concordato fallimentare - Assuntore – Responsabilità per i debiti tributari del fallito. (Rd 16 marzo 1942 n. 267, articoli 93, 101 e 124; Dpr 28 gennaio 1998 n. 43, articolo 78)
Nei confronti dell’amministrazione finanziaria la responsabilità dell’assuntore del fallimento è circoscritta al pagamento delle sole obbligazioni comprese nel passivo accertato e non si estende, pertanto, al pagamento degli interessi maturati sulla imposte dovute dal fallito. Gli interessi - finanche quelli relativi a credito garantito da ipoteca, oggetto del trattamento preferenziale di cui all’articolo 2855, comma 3, del Cc, che prevede l’estensione agli accessori del grado ipotecario - infatti, non si sottraggono alla necessità di una specifica domanda di ammissione al passivo, da proporsi nelle forme e nel rispetto dei termini di cui agli articoli 93 e seguenti e 101 della legge fallimentare.
Sezione tributaria, sentenza 24 marzo 2006 n. 6643

Dichiarazione di fallimento - Tribunale fallimentare - Vis attractiva - Giudizi pendenti al momento della dichiarazione di fallimento. (Rd 16 marzo 1942 n. 267, articoli 24, 52, 93 e 95)
La vis attractiva della procedura fallimentare ex articoli 24 e 52 della legge fallimentare si estende ai giudizi pendenti all’atto della dichiarazione di fallimento e determina una ipotesi di improcedibilità in sede ordinaria. Se, pertanto, nelle more del giudizio - iniziato contro il debitore in bonis - sopravviene la dichiarazione di fallimento di costui non può il giudizio medesimo essere proseguito o riassunto, ma ogni credito (verso il fallito) deve essere accertato secondo le norme stabilite dagli articoli 93 e seguenti della legge fallimentare, cioè mediante lo speciale procedimento di verificazione dello stato passivo. Tale principio, tuttavia, non è applicabile nel caso in cui il credito sia già stato accertato con sentenza non passata in giudicato. In tale caso, infatti, l’unico rimedio consentito dall’ordinamento, per rimuovere gli effetti della pronuncia giurisdizionale, consiste nella proposizione del mezzo di impugnazione consentito dalla legge onde evitare che con il passaggio in giudicato della sentenza emessa, l’accertamento in essa contenuto diventi irretrattabile. Non sussiste, pertanto, in tale ultima evenienza, la competenza del tribunale fallimentare.
Sezione II, sentenza 29 marzo 2006 n. 7252

Revocatoria fallimentare - Atti fra coniugi – Costituzione di diritto di abitazione. (Cc, articoli 158 e 1322; Rd 16 marzo 1942 n. 267, articoli 67 e 69)
Sono valide le clausole dell’accordo di separazione che, nel quadro della complessiva regolamentazione dei rapporti tra coniugi, prevedano il trasferimento di beni immobili, ovvero la costituzione di diritti reali minori come il diritto di abitazione. Tali clausole, peraltro, presentano una loro propria individualità, quali espressioni di libera autonomia contrattuale delle parti interessate, dando vita, nella sostanza, a veri e propri contratti atipici, con particolari presupposti e finalità, non riconducibili né al paradigma delle convenzioni matrimoniali, né a quello della donazione, ma diretti comunque a realizzare interessi meritevoli di tutela. Dette pattuizioni, comunque, bene possono rilevarsi lesive, in concreto, dell’interesse dei creditori alla integrità della garanzia patrimoniale del coniuge disponente, eventualità nella quale nessun ostacolo testuale o logico-giuridico si frappone alla loro impugnazione - ove ricorrano i relativi presupposti - tramite azione revocatoria, tanto ordinaria che fallimentare.
Sezione I, sentenza 12 aprile 2006 n. 8516

Concordato preventivo - Cessione dei beni – Liquidatore. (Rd 16 marzo 1942 n. 267, articoli 181 e 182)
La procedura di concordato preventivo mediante la cessione dei beni ai creditori comporta il trasferimento agli organi della procedura non della proprietà dei beni e della titolarità dei crediti, ma solo dei poteri di gestione finalizzati alla liquidazione. Il debitore cedente, pertanto, conserva il diritto di esercitare le azioni o di resistervi nei confronti dei terzi, a tutela del proprio patrimonio, soprattutto dopo che sia intervenuta la sentenza di omologazione. Per effetto di tale sentenza è da ritenere che venga meno il potere di gestione del commissario giudiziale, mentre quello del liquidatore è da intendere conferito nell’ambito del suo mandato e perciò limitato ai rapporti obbligatori sorti nel corso e in funzione delle operazioni di liquidazione. Deve, escludersi, pertanto, la legittimazione processuale del liquidatore giudiziale con riguardo a una controversia tra l’imprenditore e un terzo, per un credito vantato nei confronti di quest’ultimo.
Sezione I, sentenza 14 marzo 2006 n. 5515

Dichiarazione di fallimento - Effetti - Crediti pecuniari. (Cpc, articolo 50; Rd 16 marzo 1942 n. 267, articoli 21, 44 e 55)
In ipotesi di dichiarazione d’incompetenza, in sede di conflitto positivo virtuale di competenza, del giudice che ha pronunciato la sentenza dichiarativa di fallimento, il corso degli interessi sui crediti pecuniari, di cui all’articolo 55 della legge fallimentare, deve ritenersi sospeso al momento della pronuncia dichiarativa di fallimento emessa per prima non rilevando il fatto che si tratti di pronuncia emessa da giudice dichiarato incompetente dalla Corte di cassazione. Gli effetti della prima sentenza di fallimento, infatti, una volta prodottisi, sono solo parzialmente reversibili, sì che il legislatore, in caso di revoca del fallimento, non solo regola le spese della procedura svoltasi in esecuzione della sentenza, ma precisa, altresì, che restano salvi gli effetti degli atti legalmente compiuti dagli organi del fallimento. Tale regola di salvezza deve, a fortiori, valere nel caso del regolamento di competenza, per tutti quegli effetti che sono stati prodotti dalla sentenza pronunciata dal giudice incompetente e che non potrebbero essere posti nel nulla con efficacia retroattiva. Tra di essi deve annoverarsi, in modo particolare, la privazione per il fallito dell’amministrazione e delle disponibilità dei beni, dalla data del deposito della sentenza dichiarativa di fallimento. Essa comporta la sospensione dei pagamenti e la correlativa sospensione, per la massa, del corso degli interessi, la cui obbligazione presuppone il ritardo colpevole nel pagamento. Il coordinamento della regola di effettività (che si esprime nell’articolo 21 della legge fallimentare) con quella della unità del processo regolato (dettata dall’articolo 50 del Cpc) giustifica, pertanto, la conclusione che la procedura concorsuale, già iniziata davanti al giudice incompetente prosegue davanti a quello competente che abbia successivamente accertato l’insolvenza.
Sezione I, sentenza 5 luglio 2006 n. 15321


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